(Scarica file PDF Il pensiero del card. Ratzinger sull'aborto)
Benedetto XVI, negli anni in cui era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (1981-2005) ha parlato più volte del problema dell’aborto, delle conseguenze che esso comporta nella vita sociale del Paese che lo legalizza e nella vita delle singole persone che di esso si servono.
In particolare, in un Convegno svoltosi a Roma il 18 e 19 dicembre 1987, organizzato dal Movimento per la Vita Italiano, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger affermò il diritto alla vita, alla famiglia e all’identità genetica dell’essere umano concepito, stigmatizzando l’aborto quale prassi deplorevole e inammissibile. Il Card. Joseph Ratzinger spiegò come nelle odierne società pluralistiche, in cui coesistono orientamenti religiosi, culturali e ideologici diversi, diventa sempre più difficile garantire una base comune di valori etici condivisi da tutti, capaci di essere fondamento sufficiente per la democrazia stessa. «È d’altra parte convinzione abbastanza diffusa - disse - che non si possa prescindere da un minimo di valori morali riconosciuti e sanciti nella vita sociale; ma quando si tratta di determinarli attraverso il gioco del consenso che essi devono ottenere a livello sociale, la loro consistenza si riduce sempre più». Un unico valore, secondo lui, che sembra indiscusso e indiscutibile per tutti ed è il diritto della libertà individuale ad esprimersi senza imposizioni, almeno finché essa non leda il diritto altrui.
È proprio appellandosi a questo principio - spiegò l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede - che «anche il diritto all’aborto viene invocato come parte costitutiva del diritto alla libertà per la donna, per l’uomo e per la società. La donna - disse - ha il diritto di continuare l’esercizio della sua professione, di salvaguardare la sua reputazione, di mantenere un certo regime di vita. L’uomo ha diritto di decidere del suo tenore di vita, di fare carriera, di godere del suo lavoro». Nessuno, secondo il Card. Ratzinger, vuole negare che talvolta la situazione concreta di vita in cui matura la scelta dell’aborto possa essere drammatica, tuttavia - spiegò - «il fatto è che l’esercizio di questi diritti reali viene rivendicato a detrimento della vita di un essere umano innocente, i cui diritti invece non vengono neppure presi in considerazione. Si diventa in tal modo ciechi di fronte al diritto alla vita di un altro, del più piccolo e del più debole, di chi non ha voce. I diritti di alcuni vengono affermati a scapito del fondamentale diritto alla vita di un altro. Ogni legalizzazione dell’aborto implica perciò l’idea che è la forza che fonda il diritto».
Nella decisione per l’aborto, vi è necessariamente un momento in cui si accetta di diventare ciechi di fronte al diritto alla vita del piccolo appena concepito. Il dramma morale, la decisione per il bene o per il male, «comincia dallo sguardo - disse nella sua relazione del 1987 -, dalla scelta di guardare il volto dell’altro o meno». «Perché - si chiese - oggi si rifiuta quasi unanimemente l’infanticidio, mentre si è diventati quasi insensibili all’aborto?» «Forse solo perché nell’aborto non si vede il volto di chi verrà condannato a non vedere mai la luce. Molti psicologi hanno rilevato che nelle donne che vogliono abortire vengono represse le fantasie spontanee di una mamma in attesa, che dà un nome al figlio, che se ne immagina il volto e il futuro. E proprio queste fantasie rimosse o represse - sono ancora parole del Cardinale Ratzinger - ritornano poi spesso come sensi di colpa irrisolti a tormentare la coscienza».
Il richiamo del Cardinale fu chiaro e limpido. Il volto dell’altro, il volto della persona che una madre custodisce nel suo utero, è carico di un appello alla libertà della stessa madre, perché lo accolga e ne prenda cura, perché affermi il suo valore in sé stesso e non nella misura in cui viene a coincidere con un suo interesse. «La verità morale - disse - come verità del valore unico e irripetibile della persona, fatta ad immagine di Dio, è una verità carica di esigenza per la mia libertà. Decidere di guardarla in faccia è decidere di convertirmi, di lasciarmi interpellare, di uscire da me e di fare spazio all’altro. Pertanto anche l’evidenza del valore morale dipende in buona parte da una segreta decisione della libertà, che accetta di vedere e perciò di essere provocata e di cambiare».
Il Card. Ratzinger ricordò quanto scrisse in una prefazione al noto libro del biologo francese Jacques Testart, L’oeuf transparent, il filosofo Michel Serres (apparentemente un non credente). Quest’ultimo, affrontando la questione del rispetto dovuto all’embrione umano, si pose la domanda: «Chi è l’uomo?». Egli rileva che non vi sono risposte univoche e veramente soddisfacenti nella filosofia e nella cultura. Tuttavia egli nota che noi, «pur non avendo una definizione teorica precisa dell’uomo, comunque nell’esperienza della vita concreta chi sia l’uomo lo sappiamo bene. Lo sappiamo soprattutto quando ci troviamo di fronte a chi soffre, a chi è vittima del potere, a chi è indifeso e condannato a morte: “Ecce homo!”».
«Sì - continuò il Card. Ratzinger - questo non credente riporta proprio la frase di Pilato, che aveva tutto il potere, davanti a Gesù, spogliato flagellato, coronato di spine e oramai condannato alla croce. Chi è l’uomo? È proprio il più debole e indifeso, colui che non ha né potere né voce per difendersi, colui al quale possiamo passare accanto nella vita facendo finta di non vederlo. Colui al quale possiamo chiudere il nostro cuore e dire che non è mai esistito».
«Il dramma del nostro tempo consiste proprio nell’incapacità di guardarci così, per cui lo sguardo dell’altro diventa una minaccia da cui difenderci. In realtà la morale vive sempre inscritta in un più ampio orizzonte religioso, che ne costituisce il respiro e l’ambito vitale. Fuori di questo ambito essa diventa asfittica e formale, si indebolisce e poi muore. Il riconoscimento etico della sacralità della vita e l’impegno per il suo rispetto hanno bisogno della fede nella creazione, come loro orizzonte. Così come un bambino può aprirsi con fiducia all’amore se si sa amato e può svilupparsi e crescere se si sa seguito dallo sguardo di amore dei suoi genitori, allo stesso modo anche noi riusciamo a guardare gli altri nel rispetto della loro dignità di persone se facciamo esperienza dello sguardo di amore di Dio su di noi, che ci rivela quanto è preziosa la nostra persona. “E Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza... E Dio vide quanto aveva fatto: ed ecco, era cosa molto buona”».
Il Card. Ratzinger concluse la sua relazione con un richiamo a cosa sia il vero Cristianesimo, definito come «quella memoria dello sguardo di amore del Signore sull’uomo, nel quale sono custoditi la sua piena verità e la garanzia ultima della sua dignità». «Il mistero del Natale - disse - ci ricorda che nel Cristo che nasce, ogni vita umana, fin dal suo primo inizio, è definitivamente benedetta e accolta dallo sguardo della misericordia di Dio. I cristiani sanno questo e stanno con la propria vita sotto questo sguardo di amore; ricevono con ciò stesso un messaggio che è essenziale per la vita e il futuro dell’uomo. Allora essi possono assumere oggi con umiltà e fierezza il lieto annunzio della fede, senza del quale l’esistenza umana non sussiste a lungo. In questo compito di annuncio della dignità dell’uomo e dei doveri di rispetto della vita che ne conseguono, essi saranno probabilmente derisi e odiati, ma il mondo non potrebbe vivere senza di loro».
Sono un po’ le parole racchiuse nell’antica lettera a Diogneto, nella quale si descrive l’insostituibile missione dei cristiani nel mondo: «I cristiani, infatti, non sono distinti dagli altri uomini né per territorio, né per lingua né per modi di vivere (...). Abitando in città greche o barbare, come a ciascuno è toccato in sorte, ed adattandosi agli usi del paese nel vestito, nel cibo e in tutto il resto del vivere, danno esempio di una loro forma di vita sociale meravigliosa e che - a confessione di tutti - ha dell’incredibile. Abitano la loro rispettiva patria, ma come gente straniera; partecipano a tutti gli oneri come cittadini e sopportano tutto come stranieri. Ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti gli altri ed hanno figli, ma non espongono i neonati. Hanno in comune la mensa, ma non il letto. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro tenore di vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti sono perseguitati (...). Per dirla in una parola, i cristiani sono nel mondo ciò che l’anima è nel corpo. (...). L’anima ama la carne, che la odia, e le membra: anche i cristiani amano coloro che li odiano. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa stessa sostiene il corpo: anche i cristiani sono trattenuti nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. (...) Tanto alto è il posto che ad essi assegnò Dio, né è loro lecito abbandonarlo».
tratto da: “Erode: la strage degli innocenti continua”, Agenzia Fides 28/12/2005